Della produttività: gli albori

Tutte le volte che l’uomo ha voluto fare dello Stato il suo cielo, lo ha trasformato in un inferno.

(Friedich Holderlin, Iperione)

Questa breve disamina prende punto da una conversazione: conversazione che gode di notevoli proprietà estensive, visto che ben rappresenta un modo di pensare molto diffuso nel nostro paese, classe dirigente non esclusa.

L’episodio è il seguente: un giovane e brillante ricercatore in materia di diritto pubblico, durante una conversazione fino allora serena, inveì contro un mio amico quando questi ricordò l’importanza della produttività. “La produttività -sostenne il nostro- è in realtà una chimera: si tratta – proseguì- di un concetto relativo, perché se l’Italia diventasse più produttiva lo sarebbe meno la Germania”.

L’affermazione è deduttivamente inattaccabile, al netto del fatto che intanto la ricchezza complessiva sarebbe aumentata.Ma se il nostro ricercatore avesse ragione nel sostenere il carattere esoterico, artificioso, del concetto di produttività?

Per vedere come sarebbe il mondo senza competizione per la produttività basta volgere lo sguardo al passato.

Il Medioevo europeo è stato un millennio in cui la crescita economica è stata insignificante. Economia eminentemente agricola, il potere era in mano ai grossi latifondisti, che convertivano il possesso di terra in potere politico e relativi titoli nobiliari. Preoccupati principalmente di giocare alla guerra, in un periodo in cui la nobiltà era l’altra faccia del potere militare, e dove i cavalieri armati erano la maggior forza di un esercito, pressoché nulli erano gli investimenti volti ad aumentare la produttività dei latifondi: con le terra si riscuotevano tasse e gabelle che servivano ad alimentare lo sfarzoso lifestyle che il gotico internazionale ha contribuito a trasmetterci. Intanto, la gran massa di contadini moriva di fame.

Due innovazioni sono intervenute a volgere questa situazione: l’intermediazione bancaria e la creazione delle società come soggetti giuridici.

Come magistralmente illustrato negli scritti di storia economica di  Carlo Cipolla, il Medioevo è segnato da una marcata tendenza alla tesaurizzazione: i risparmi vengono convertiti in oro, e vengono conservati nascosti e donati in punto di morte a qualche ordine religioso: chi ha capitale lo trattiene, chi domanda capitale (gli imprenditori) non trova offerta. L’intermediazione bancaria, fiorita nel XIV secolo, è un driver di sviluppo che permette una crescita esponenziale dell’attività economica.

Altrettanto importante l’istituzione delle società come soggetti giuridici.

Il mercante di Venezia di Shakespeare ci racconta della crudeltà di un usuraio ebreo nella Venezia del XVI secolo pronto a riscuotere una libbra di carne come compenso per un debito non saldato a causa del naufragio di alcune navi.

La geniale fantasia drammaturgica prende avvio da un dato storico: prima della creazione delle società, gli imprenditori dovevano impegnare patrimonio moglie e figli per ottenere accesso al credito. L’istituzione della società, con il conseguente shift di rischio dai debitori ai creditori, è stato l’altro grande driver di innovazione che ha permesso all’economia capitalistica di fiorire.

Nel passaggio da pochi latifondisti intenti a farsi la guerra a una società florida e dinamica, l’endogenizzazione del progresso tecnologico applicato ai processi produttivi ha dunque svolto un ruolo essenziale.

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