Salvini, la Tunisia e Orban: come tirarci la zappa sui piedi

Che non avessi grandi simpatie per il neo-insediato Governo Conte era cosa nota, sia per la lontananza di visione che per i forti dubbi sul fatto che a capo dell’esecutivo ci sia davvero il Presidente del Consiglio. Però sono italiano e come cittadino gli riconosco il dovuto rispetto istituzionale, augurandomi che riesca ad operare nell’interesse dell’Italia. Perché Conte ed i suoi ministri hanno giurato di agire per il bene del Paese, ma le mosse di alcuni lasciano presagire l’esatto contrario prima ancora di ricevere la fiducia dal Parlamento. In particolare Salvini in soli due giorni è riuscito a fare di tutto per danneggiare l’Italia sul fronte dell’immigrazione.

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E’ tutto assurdo

“L’ideologo no-euro”. Così il Corriere della Sera, con un atteggiamento condiviso da gran parte della cosiddetta elite benpesante e istituzionale italiana, definiva venerdì l’ormai ex candidato ministro dell’economia, Paolo Savona.

Il sillogismo di chi scrive una didascalia simile, chiaramente condiviso da buona parte delle istituzioni, è il seguente: i Cinque Stelle e la Lega sono movimenti ideologici; essi propongono Savona come ministro dell’Economia; Savona è un ideologo.

Tuttavia, quel sostantivo “ideologo” circa le qualità intellettive della persona e la validità del suo pensiero rende un giudizio negativo, a priori, lapidario e senza appello; esattamente quello che persone neutrali, ma soprattutto razionali e dotate di giudizio critico, non dovrebbero fare nel modo più assoluto.

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Governo Conte, verso la Repubblica post-costituzionale

L’ultima notizia sulla travagliata nascita del sessantacinquesimo esecutivo della storia repubblicana italiana è la convocazione di Giuseppe Conte, premier designato da Lega e 5 Stelle, al Quirinale, presumibilmente per l’affidamento formale dell’incarico. Sembra così avviarsi alla conclusione il periodo di instabilità che aveva seguito le elezioni del 4 marzo, con la formazione dell’unica maggioranza possibile dopo il voto. L’unica possibile perchè tra le due uniche forze che possiedono una retorica simile e hanno punti comuni su diversi atteggiamenti, primo tra tutti la straordinaria capacità di cambiare opinione su qualsiasi tema in un paio di giorni (la flat-tax ha già due aliquote e quindi non è più flat o le varie giravolte grilline su UE e moneta unica), ma sopratutto l’unica possibile perchè l’unica coerente con la volontà espressa nel voto di cambiare strada rispetto alle esperienze precedenti. La rottura con il passato, e questa volta con tutto il passato repubblicano italiano, sta però anche nella scelta del Presidente del Consiglio e nel ruolo che rivestirà all’interno dell’alleanza al governo del Paese.

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Che cosa sappiamo dopo le prime consultazioni?

Cosa sappiamo dopo la prima tornata di consultazioni? Nulla di più di quanto non fosse ampiamente preventivabile, se non con l’aggiunta che c’è ampio spazio per indignarsi.

Riassumendo, si è votato un mese fa, il Presidente della Repubblica ha atteso fino al 4 aprile perché i partiti salissero al Quirinale con le idee più chiare; e il risultato è che ci sarà bisogno di un altro giro di consultazioni, fra una settimana abbondante.

Ma non ci scomodiamo, tanto c’è tempo! Non ci sono decisioni di politica fiscale, strategie di politica industriale, azioni lungimiranti che vadano urgentemente intraprese per rimediare al declino economico, sociale e culturale in cui il Paese è da troppo tempo avvinto. Nulla di tutto ciò; possiamo permetterci il lusso di buttare ancora al vento dei giorni, forse settimane, più probabilmente mesi, preziosi.

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Di Maio, Salvini e il paradosso della responsabilità

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La realpolitik, intendiamoci, non è una parolaccia. Winston Churchill, magnificato da una recente interpretazione da Oscar, avrebbe fatto accordi pure con il diavolo (“If Hitler invaded hell I would make at least a favourable reference to the devil in the House of Commons”) – e infatti li fece, salvando l’Europa; Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano, giocò a ping-pong con la Cina di Mao, quella dei libretti rossi e della Rivoluzione Culturale, e se oggi la Cina è la seconda potenza economica al mondo forse a qualcosa è servito. Venendo a noi: Palmiro Togliatti, grande ammiratore di Stalin, garantì l’amnistia ai fascisti, evitando una sanguinosa Guerra Civile modello spagnolo.

Ma qui ben altra è la solfa. Non è più tempo – per fortuna – di scelte tragiche, al massimo ci concediamo quelle tragicomiche. Continua a leggere “Di Maio, Salvini e il paradosso della responsabilità”

Welcome to Weimar

Lo scrutinio dei risultati di queste elezioni politiche è ancora in corso, ma dai primi risultati e dalle proiezioni emerge già un quadro piuttosto netto, ovvero l’assenza di una forza politica maggioritaria. Nonostante la netta virata a destra del Paese – con il centrodestra che ottiene un importante risultato di coalizione e la Lega che batte Forza Italia – ed il Movimento 5 Stelle che aumenta il proprio seguito fino a superare il 30%, al momento nessuno ha inumeri per poter sperare di governare da solo ed il compito che si prospetta per Mattarella sarà oltremodo gravoso. Individuare infatti una figura cui affidare l’incarico di guidare il prossimo esecutivo vorrebbe dire riuscire a trovare la quadratura del cerchio di una situazione davvero complessa. Da questi dati si possono però già trarre alcuni importanti spunti di riflessione.

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Una critica alle proposte economiche del centro-destra

Silvio Berlusconi ha certamente il suo charme. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che per la terza volta sembrasse destinato all’irrilevanza politica, e per la terza volta risorge proponendo le stesse idee nella stessa maniera di sempre.

Questo charme risiede forse nella spontanea ammirazione generata dal concetto di “uomo che si è fatto da solo”, forse nel suo essere la rappresentazione di ciò che qualunque imprenditore ambisce di diventare. Non a caso, laddove il senso di dedizione al lavoro e l’ambizione di migliorarsi hanno fatto fiorire una società imperniata sulla media borghesia, lì egli ha sempre trovato il maggior supporto. Continua a leggere “Una critica alle proposte economiche del centro-destra”

Il paradosso del proporzionale e le promesse un tanto al voto

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È da quando sono nato che sento definire la campagna elettorale di turno come “la più brutta mai vista”. Ma, fuor di cliché, viene da pensare che stavolta il record sia stato infranto senza tema di smentita. Un’istantanea vale più di mille parole: Marzo 2006, l’immarcescibile Vespa ospita il premier Berlusconi e lo sfidante Romano Prodi per un duello tv all’americana (ah, quando si facevano). B. è in affanno, infiacchito da 5 anni di Governo e svariate leggi ad personam che lo hanno condotto a un distacco a doppia cifra nei sondaggi. Il dibattito va a fasi alterne, ci si gioca tutto nell’appello finale. Prodi ciancica di equità e felicità, insomma fa cilecca. È il turno di B. Prima ammette ruffianamente di non aver fatto granché, ma “l’Italia è un’azienda difficile”. Poi il coup de théâtre: siorri e siorre, ABOLIREMO L’ICI!! Il resto è storia: B. effettua una prodigiosa rimonta che gli consentirà di perdere di misura e di preparare una pronta rivincita di lì a due anni.

Oggi quell’annuncio roboante, che in un certo senso ha cambiato le sorti della Seconda Repubblica, sortirebbe l’effetto di un miagolio in uno zoo. Continua a leggere “Il paradosso del proporzionale e le promesse un tanto al voto”

Il fardello storico

Si dice spesso che l’Italia non abbia mai voluto fare i conti col proprio passato. Non sempre si pone l’accento su quanto ciò possa essere costoso.

In breve, nel 1943, a guerra perduta, diventiamo cobelligeranti degli ex-nemici, riuscendo ad ottenere un trattamento più generoso di quello riservato alle altre due potenze dell’Asse nei trattati di pace. Ma questo ha avuto un prezzo, un fardello storico che tuttora ci portiamo dietro: il diniego a priori, la repulsione acritica, finanche la mistificazione di quello che c’è stato prima, in toto. Continua a leggere “Il fardello storico”

Tre grafici vi spiegano il ritorno del fascismo in Italia

Nell’ultimo Economic Bulletin la BCE, nel parlare di mercato del lavoro, affronta anche il tema dei migranti. Lo fa con affermazioni piuttosto nette e molto utili per animare il dibattito pubblico pre-elettorale. A pagina 56 si legge che: “una parte importante dell’immigrazione, nell’area dell’euro, è finalizzata alla ricerca d’occupazione. I tassi di partecipazione e occupazione degli immigrati sono relativamente alti, ma tendono a rimanere più bassi rispetto ai nativi. Mentre chi proviene dai paesi dell’UE ha tassi di occupazione simili o superiori a quelli dei paesi ospiti, chi proviene da paesi extra UE ha tassi di occupazione più bassi”. Sebbene i rifugiati riempiano le cronache per i problemi di accoglienza, sono solo una parte minoritaria di chi raggiunge l’Europa, come pure sostiene questo articolo sul blog del FMI. Nelle potenze economiche europee i migranti fanno più fatica a trovare lavoro per “[…] la mancanza di competenze ed esperienze specifiche del paese, nonché per il tempo richiesto per il riconoscimento delle qualifiche”. E qui c’è il primo grafico.

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